
“Approssimare” per rappresentare il globo su un piano.
Una riflessione a margine
di Luisa Spagnoli e Sebastiana Nocco
La notizia riferita da diversi quotidiani, secondo cui l’ONU avrebbe votato la risoluzione per adottare la proiezione Equal Earth (2018) – mantenendo proporzionali le aree reali della Terra – riporta all’attenzione diverse questioni. La decisione, un atto certamente politico, ideologico e culturale, rimanda in fondo al significato stesso sotteso a ogni rappresentazione cartografica.
La tanto contestata proiezione è quella di Mercatore, di quel Gerard Kremer, il quale, nel 1569, diede alle stampe la Nova et aucta orbis terrae descriptio ad usum navigantium emendata accomodata, decretando la nascita della cartografia moderna. Un gigantesco mappamondo in 24 fogli, ideato per agevolare la navigazione e per porsi quale dispositivo funzionale per l’espansione dei commerci tra l’Europa e le regioni oltremare che venivano allora esplorate e colonizzate. Raffinata nel disegno e nella simbologia, la carta per rispondere a parametri euclidei finiva per essere il prodotto di una vera e propria astrazione: man mano che si passava dalle latitudini temperate alle “latitudini subpolari e polari l’ingrandimento e la deformazione [dei territori] diventavano addirittura giganteschi, disegnando mari e territori irreali” (Vallega A., Geografia umana. Teoria e prassi, Firenze, le Monnier, 2004, p. 56).
I metodi proiettivi si sono evoluti offrendo soluzioni varie e portando alla creazione di numerosi tipi di carte geografiche con funzioni diverse, i cui differenti linguaggi testimoniano l’appropriazione intellettuale, cosciente del mondo da parte delle società umane. “Le carte raccontano, infatti, di quella sfida tutta umana di ordinare semanticamente il territorio […]” (Montebelli S., Spagnoli L., Rappresentazioni mediterranee: l’Adriatico e l’immagine di costa, in Salvatori F., Il Mediterraneo delle città. Scambi, confronti, culture, rappresentazioni, Roma, Viella, 2008, p. 84). Che si parli di somiglianza con la realtà, di icone, di simboli, di proiezioni abbiamo pur sempre a che fare con un “costrutto mentale” che riflettere il volgere dei tempi, il susseguirsi dei poteri e delle acquisizioni conoscitive. Quale la novità, dunque? Tutto è riconducibile alle intenzioni dell’uomo e ai significati che alla rappresentazione si vuole attribuire. Più che inseguire l’illusione di una proiezione capace di una giustizia “rappresentativa” assoluta, bisogna interrogarsi sulla funzione che s’intende assegnare all’immagine del mondo.
La storia della cartografia ci insegna che non esiste una visione del mondo oggettiva: ogni sistema figurativo, ogni proiezione, ogni elemento presente su una carta rimandano a un significato profondo e a un’intenzione specifica. Per questo, la questione non è schierarsi a favore o contro Mercatore – poiché non esiste, né mai esisterà, una carta intrinsecamente “più vera” di un’altra – ma chiedersi quale proiezione sia oggi lo strumento più idoneo per rispondere alle sfide e ai valori del nostro presente.

In copertina:
Mercatore, Nova et aucta orbis terrae descriptio […], particolare, 1569 (Rossi M. Mind the Map! Disegnare il mondo dall’XI al XXI secolo, Treviso, Fondazione Benetton Studi Ricerche, 2022)
Articolo pubblicato il 10 Settembre 2026




