L’epidemia e la lezione della peste del 1600 a Napoli – Idamaria Fusco

La storia e la scienza
L’EPIDEMIA E LA LEZIONE DELLA PESTE DEL 1600 A NAPOLI

Maurizio Bifulco*
Idamaria Fusco**

L’attuale situazione di emergenza sanitaria provocata dal Covid·19 cl riporta alla mente le numerosissime pandemie di peste, lebbra e di altre terribili malattie infettive che, per secoli, hanno interessato i nostri territori, lasciando dentro di noi un’atavica paura. Anche Napoli, nel corso dei secoli, ha più volte vissuto la traumatica esperienza delle epidemie, dalla peste del 1656 al colera del 1973, passando per una lunga sequenza di tifo, febbre gialla, vaiolo, varicella, tubercolosi, “febbri putride” e la “Spagnola”.

Nel 1656, tra marzo e maggio, un’epidemia di peste bubbonica piombò Improvvisa su Napoli e da qui, poi, si propagò a Roma e a Genova e negli altri territori meridionali. Con molta probabilità, la malattia fu portata a Napoli da una nave proveniente dalla Sardegna dove era arrivata, a sua volta, da Algeri e dalla Spagna. La peste, definita dalle fonti “contagio” per la rapidità e le modalità della sua diffusione, si propagò rapidamente in tutta la città, favorita dal grave ritardo con cui i governanti riconobbero il carattere “contagioso” della malattia e adottarono i provvedimenti opportuni. All’inizio, vari fattori condizionarono li comportamento “incerto” delle autorità. In primo luogo, al principio nessuno comprese cosa stesse accadendo in città. Si attribuirono così le morti all’uso di frumento “corrotto” o di “baccalà e sarache di malissimo odore”, che vennero bruciati o gettati in mare. Poi, con l’aumentare dei decessi, si parlò di polveri velenose sparse dal nemici della Spagna per le strade e nel pozzi cittadini: e vennero catturati e giustiziati alcuni forestieri, considerati presunti untori, anche per placare disordini e ribellioni insorti tra la popolazione. I medici del tempo brancolavano nel buio, non sapendo come contrastare la malattia, e fornivano svariati rimedi curativi, spesso inefficaci. Inoltre, per i medici, diagnosticare la presenza di un’epidemia di peste davanti alle autorità era un’azione estremamente rischiosa, perché nessuno voleva sentire la verità. Giuseppe Bozzuto, medico dell’ospedale dell’Annunziata, che fin dapprincipio parlò di contagio, entrando in contrasto con tutti gli altri medici, “abituati a far la corte a Sua Eccellenza ed a principi”, fu ripagato con la prigione e in seguito con la morte per causa della peste. Un episodio che cl ricorda molto Li Wenliang, il giovane medico cinese che per primo lanciò inascoltato l’allarme sul coronavirus di Wuhan, accusato di diffondere notizie false e allarmistiche dalla polizia e censurato e poi deceduto proprio a causa del coronavirus.

La paura dominava la società, e non solo la gente comune, ma anche i governanti che, tentando di nascondere la verità, cercavano di tenere a bada la popolazione e di garantire l’ordine pubblico. Le possibili reazioni inconsulte del popolo rischiavano infatti di essere più pericolose della malattia stessa. Inoltre, ammettere la presenza del “contagio” a Napoli significava imporre l’isolamento della città, impedendo l’approvvigionamento cittadino, bloccando le regolari attività economiche e commerciali. Insomma, riducendo alla fame la popolazione. Allora, meglio la malattia o la fame?

Per queste e per altre ragioni un isolamento completo all’inizio non cl fu. E ciò favorì la propagazione della malattia in città. E, insieme alla peste, si diffuse anche il disordine per le strade, invase dai cadaveri. Mancava il personale medico e gli ufficiali di governo, chi morto e chi fuggito per non ammalarsi. Furono perciò assoldati schiavi, carcerati e delinquenti in cambio della promessa della futura libertà. La città si trovò sprovvista dei suoi ministri e dei deputati che si occupavano della salute pubblica; nei momenti peggiori, insieme alle normali attività quotidiane, anche I tribunali chiusero le loro porte. Di fronte a un male che aveva oramai invaso Napoli, le autorità assunsero una serie di provvedimenti che, se non di debellare la malattia, tentavano almeno di arginarla: provvedimenti di natura igienico-sanitaria, di isolamento degli infermi in apposite strutture chiamate lazzaretti e di governo della città. Al personale sanitario rimasto a Napoli fu imposto, con enormi rischi personali, di soccorrere gli infermi e di fare la “natomia” dei morti; ai parroci di riferire alle autorità in segreto, per non diffondere ulteriormente il panico tra lo popolazione, il numero di decessi da essi registrato; ai ministri locali di soccorrere, strada per strada, coloro che erano rimasti chiusi in isolamento nelle proprie case che, ai primi di agosto, erano ben 40.000.

Tuttavia, nonostante la richiesta delle autorità civili al cardinale di Napoli di impedire le funzioni religiose, che comportavano la riunione incontrollata di persone potenzialmente infette, processioni e funzioni religiose continuarono per tutta la durata della malattia. Spesso vi parteciparono gli stessi governanti per non contrariare l’autorità religiosa e nel tentativo di placare la paura del popolo ormai in preda al panico. Ma Il risultato fu, com’è immaginabile, aumentare il numero del contagi.

Col peggiore della situazione sanitaria in città, aumentò la confusione. Oramai i governanti avevano perso del tutto il controllo della capitale. E così si andò avanti finché il bacillo della peste non decise di volgere altrove. Terminata l’estate, momento di massima diffusione dell’epidemia, si liberarono i pochi sopravvissuti e iniziarono le operazioni di purificazione di case e oggetti appartenuti agli appestati. E l’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione, Napoli era dichiarata ufficialmente libera dalla peste. Il “contagio” abbandonava la capitale, ma non le province del regno, dove sarebbe terminata solo dopo due anni, alla fine del 1658. Il male lasciava un’eredità di circa 1.250.000 morti in tutto il regno, con tassi di mortalità davvero elevati, molto di più dell’attuale Covid: dal 43 per cento del Regno a circa il 50 per cento della sola capitale.

La storia oggi si ripete. L’attuale emergenza sanitaria provocata dal coronavirus, che sta coinvolgendo svariate parti del mondo, presenta molte similitudini con le epidemie del passato. Non perché le due malattie siano uguali, quanto perché anche il coronavirus è un male ancora scarsamente conosciuto dl punto di vista medico e che si diffonde con una rapidità sorprendente, imponendo alle autorità drastici provvedimenti preventivi di isolamento. «E, come insegna la storia di precedenti epidemie, quando non riesci a contenere devi mitigare, ovvero bloccare la mobilità»; come afferma il professore Walter Ricciardi, attuale consigliere del ministro della Salute: «Ci troviamo come nel 1400 a Venezia, nonostante le tecnologie di cui disponiamo». Insomma, in assenza di rimedi medici adeguati, la prevenzione, seppur scevra da manifestazioni di panico, resta ancora oggi lo via da seguire. Quindi, isolamenti e quarantene. Ancora una volta governare un’emergenza epidemica di tale portata rappresenta un compito estremamente difficile e complesso. Non è facile isolare le regolari attività economiche e impedire alle popolazioni, con diverse misure, di recarsi nei luoghi consueti di svago e di preghiera, convincendo la gente a stare a casa e a lavorare per via telematica il più possibile. Ma anche oggi i provvedimenti eccezionali, di urgenza e rigorosi non possono ammettere eccezioni perché, se non severamente applicati, facilitano il diffondersi del contagio.

Oggi, rispetto al passato, disponiamo di conoscenze e strumenti scientifici che ci permetteranno certamente di superare l’emergenza in tempi, speriamo, più rapidi possibili. Frattanto, peste e coronavirus devono essere governate in modo simile. È il loro governo che le unisce e che ci aiuta a capire come la storia, mostrandoci il modo in cui le pandemie del passato sono state affrontate, possa ancora rappresentare un utile insegnamento. Quasi a riprova (se ce ne fosse bisogno!) che lo storia, oggi tanto negletta, assieme alle altre scienze umane, è ancora in grado di insegnarci qualcosa. E a conferma, ancora, di come la storia, e in particolare anche la storia della medicina, offra spunti stimolanti di riflessione e debba necessariamente dialogare con discipline considerate tipicamente “scientifiche”. Così come è infine la storia a suggerirci che oggi non bisogna disperare: se è passata la peste nel 1600, con le condizioni igieniche, mediche e ambientali dell’epoca, supereremo anche questa pandemia!

*Professore Ordinario di Patologia Generale e Storia della Medicina “Federico II”
**Ricercatrice del Cnr-Isem (Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea)

L'articolo è stato pubblicato il 18 novembre 2020 sul quotidiano Il Mattino, a p. 39.
L'estratto dell'articolo.